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Tutti i fiumi vanno al mare,
mentre il mare mai si colma:
Se ne vanno verso dove
procedendo son diretti.
Qohelet 1.7
Che Cletus sia mio cugino pare cosa assodata, anche se non si capisce di che ordine e grado, e neppure quanti anni abbia; da bambino quando mi apparve davanti per la prima volta tendendomi la mano per presentarsi gli avrei dato sui trentacinque, qualche anno dopo lo rividi e mi parve più giovane. Quando ho cominciato a chiedere ai parenti le origini di Cletus, nessuno mi ha mai saputo dare una risposta decente, di lui si narrano cose incredibili, che abbia fatto l’autostop da Padova a Kathmandù nel ’63 e sia tornato anni dopo a bordo di una Due Cavalli arancione insieme ad una biondona del nord Europa, si dice che sia stato militante in Germania e che abbia riparato nei Paesi Baschi a metà degli anni ottanta per poi andarsene in Irlanda, ma se si chiede ai parenti più anziani loro sostengono che lui
Cletus apparve poco nella mia infanzia, sporadicamente durante la mia adolescenza , ciclicamente e spesso sorprendendomi nel corso della mia gioventù. A bordo di un Bedford sfondato mi tirò su in autostop in Austria mentre me ne tornavo dall’Olanda senza più una lira. A Barcellona, sulle Ramblas, nel suo chiosco vendeva fiori e buon ciocco, mi ospitò una notte a casa sua, una soffitta che si affacciava su Parco Guell, dove parlammo molto, sostanzialmente di me. Me lo ritrovai abbracciato stretto e ubriaco quanto me sotto la porta di Brandeburgo nel capodanno dell’89. Altre volte fu solo uno sguardo, altre a camminare nella notte in silenzio per le vie deserte della città scambiandoci qualche battuta e altre a parlare fitto per ore come due vecchi amici. Lo riconobbi in varie spoglie in altri posti, e in quelle mi fece solo un cenno d’intesa, spesso era in compagnia di altre persone o camminava molto velocemente verso qualche meta. Vestito da mendicante un giorno mi afferrò per un braccio e con la scusa di chiedermi la carità mi passò un numero di telefono, fu una buona dritta lavorativa. Me lo ritrovai come vicino d’ombrellone a ferragosto, mi fece l’occhiolino dello specchietto del taxi che conduceva, fu il cameriere che mi mise sotto il piatto un dvd zeppo di ottima musica, e qualche dato sensibile.
L’altra settimana ero in moto fermo al semaforo di fronte a tutte quelle facce e simboli da campagna elettorale inoltrata e mi domandavo sconsolato se ci sarebbe stata una strada per uscirne fuori, quando mi si affianca una vecchia Guzzi rosso fuoco, sotto il casco e gli occhialoni Cletus mi guarda beffardo e mi fa, "E chi l’ha detto che non c’è?" Non faccio in tempo a rispondere, Seguimi, dice, dobbiamo parlare. Ingrana la prima e col verde partiamo paralleli verso i colli e dalla provinciale, alla statale, ai tornanti restiamo perfettamente paralleli, trovando sempre i semafori verdi, nessuna auto davanti, scalando le stesse marce nello stesso tempo e inclinandoci in un'unica sincronia perfetta di equilibri, valvole, bielle, aspirazioni ed intenzioni, verso strade che portano sopra la caligine umana e ben oltre il rumore bianco delle parole inutili.

In fatto di temperature se questo è maggio, non oso pensare cosa possa essere luglio. Per fortuna che il governo ha decretato che il Global Warming è tutta un’invenzione di ambientalisti comunisti, nemici del progresso e disfattisti disubbidienti violenti e saccheggiatori del pubblico senso della comune normalità.
In vista delle prossime consultazioni i banchetti dei vari partiti sorgono come funghi in tutti gli angoli della città, se ne vedono di tutti i colori che poi son sempre quelli: bianco, rosso, verde e azzurro. Che se li mescoli insieme vien fuori marrone.
Ho sputato più che platealmente (emkhrrùmpf..croackk-pthùàah! [spciàk!] )davanti al banchetto a quelli de la destra. Ci tenevo a farvelo sapere.
Forse (ma forseforse) voterò alle comunali, quindi, visto che ci sono, per le europee potrei mettere la classica fetta di salame e scrivere mangiatevi pure questa, e sulla scheda delle provinciali la fotocopia di un volantino delle bièrre ciclostilato nell’81. Così per il gusto del vintage.
C‘è sta tipa, che diventata vedova all’età di 72 anni del marito generale dell’esercito ha riscosso una notevole eredità che si è sputtanata facendosi rifare tutta dal capello all’alluce, praticamente un mostro di chirurgia plasticosa, botox e innesti + siliconi e altre cose innominabili. E’ una specie di Michael Jackson al contrario, invece di avere le labbra sottili c’ha due gommoni, invece del viso magro ce l’ha gonfio dall’interno con gli zigomi esageratamente alti e i capelli cotonati, veste con abiti giovanili e sgargianti e deambula su tacchi camminando punta-tacco anziché il contrario. Oggi l’ho vista in abiti primaverili che camminava con le stampelle e su scarpe ortopediche, con le gambe grigio-bluastre di vene varicose, le braccia con la pelle che si desquamava, una tetta (fintissima) più alta dell’altra, il collo di una gallina spennata sul quale poggiava la sua facciona di vetroresina e poliestere parzialmente occultata da grossi occhiali da sole attraverso i quali si intravedevano ecchimosi, abrasioni e segni inequivocabili del cedimento strutturale globale e della faccia che si sta staccando dal cranio. In tributo a Brazil fino ad oggi la chiamavo Sig.ra Complicazione della complicazione, ma dopo averle visto addosso stamattina l’adesivo del candidato del centrodestra, d’ora in poi sarà
In giro comunque è un tripudio di robe rosa che si muovono sinuosamente sotto vesti velate, occhieggi, ammiccamenti, sandali, tanga, tacchi e altre cose che mica mi fanno star bene, cioè lipperlì sì, ma poi soffro. Tantissimo.
A conti fatti son cinque mesi che cerco un’amante.
Si è rifatto vivo dopo anni il mio cugino strano, nei prossimi post ve ne parlerò.
Ho fatto la cazzata di mandare Nitro e Glicerina insieme da soli a prendere 10 euri di gelato. Se ne sono tornati con una vaschetta che quando l’ho aperta ha fatto luce, neanche che il gelataio si chiamasse Albert Hoffmann: gusto Puffo (blu elettrico), smarties (policromie assortite), Nonsocosa (giallo lesione della cornea), Mashmellows (si muoveva), Dragonball (rosa antico col luminol), Stargate (verdino fluorescente con meteore elettriche di liquirizia fusa), Ponyo (arancione saturo con venature fuxia) e cioccolato (traumatizzato da tutta quella compagnia di scoppiati).
Comunque stamattina ho fatto una cacca normale, marrone, non luminosa.

Quasi quotidianamente alle quattro e venti precise, alla gelateria vicina al Pio Albergo Relitti Umani di Santa Moribonda, arrivano
Eclissata la tutrice,
Finché non sono tutt’e tre sedute non cominciano, il segnale di via lo dà
Le tre fissano in silenzio il vuoto davanti a loro con aria ebete e soddisfatta per un po’, poi lentamente si riprendono e dopo un impercettibile scambio di occhiate
...E cò a pansa piena, aggiunge l’altra appoggiandosi sghignazzando al carrellino.

Ce lo meriteremmo proprio quello di finire coi bubboni sotto le ascelle e la febbre a quarantadue, grufolando grati della pastura che ci propinano: tipo il premier a reti unificate comunica che tutto va bene dalle corsie di qualche sanatorio dove controfigure mediaset ostentano salute in ripresa mentre le città sono cimiteri teatro di inenarrabili violenze e abbrutimenti umani, il tutto ben celato dai media che parlano di pacificazione e di come l’italia abbia superato la sua storia con la Nuova Concordia Nazionale.
Sempre comandate da bertolaso ci saranno eroiche squadre della protezione civile addette ad isolare l’epidemia coi lanciafiamme e bombardamenti mirati al fosforo sui focolai altamente urbanizzati che, previa denominazione dei siti come di carattere strategico per la nazione e quindi sotto legislazione militare, saranno sconnessi prima dalla rete elettrica e comunicativa, poi fisicamente tramite cortine di ferro e cavalli di frisia ed infine azzerati in una notte o poco meno.
La crisi sarà un po’ più lontana e il premier sfiorerà l’indice di gradimento del 500% in quanto parte della popolazione avrà assunto la fisicità degli inerti cimiteriali da impastare nel cemento per la costruzione delle nuovissime New Town a norma antisismica e antistupro.
Tesseranno lodi sperticate giornali come il corriere che dopo aver concesso per anni le proprie pagine al puro odio fallace, dopo aver tirato la volata a politici inetti o malavitosi e contribuito zelantemente ad insabbiare o ignorare palesi verità, troverà finalmente la propria linea editoriale nella sua più pura vocazione del servo consapevole del suo ruolo di difesa del padrone.
Conseguentemente non sapremo se all’estero tutto sia sotto controllo per la capillare distribuzione di farmaci che da noi non avviene dato che gli interessi di farmindustria, la cui presidentessa è moglie del ministro della sanità, troveranno inaspettate convergenze con le Lobby Ecclesiali della Consolazione dalla Disperazione, e della vendita a costi più che maggiorati dei farmaci prodotti a S. Maria Capua Vetere da amici di amici e dai dubbi effetti terapeutici. Lo stesso ministro in quanto anche ministro del welfare sbandiererà tronfio la fine della disoccupazione, il conseguentemente abbassamento del costo del lavoro a beneficio dei confindustriali, e per la gioia delle minoranze identitarie la scomparsa dell’immigrazione sia clandestina che regolare per ovvie ragioni pandemiche, ma di ciò non vi sarà menzione a giovamento di notizie più degne di un vero paese libero che può parlare liberamente di figa, pallone, auto e gossip, senza tralasciare le piccole malizie della classe dirigente sulla quale imbastire dotti approfondimenti nazional popolari dal sapore soap.
Non esisterà più dissenso in quanto imputabile del delitto di Cospirazione a Fini di Diffamazione verso un Governo Libero Democratico ed Eletto dal Popolo e punito con severità in campi di sepoltura delle vittime ufficiali della febbre, che dopo la protesta dei porcari cambierà nome in Peste Rosa, cosa colta subito al balzo dai pubblicitari che penseranno bene di commercializzare dei simpatici gadget rosa in vendita a modico prezzo, ma solo su mediashopping.

Il treno è uno di quelli locali macilenti a due piani che si fermano ad ogni pisciata di cane in stazioni minuscole annunciate all’altoparlante direttamente dal capostazione, per poi ripartire tirando le marce del diesel e sballottandomi sul mio posto in alto, preso per abitudine più che altro, dato che prima del Proibizionismo Salutista Totalitarista era la zona fumatori.
E così da fumato ex fumatore me ne sto appollaiato al mio posto osservando i miei pensieri svolgersi e dipanarsi leggeri e fluidi senza che io vi eserciti nessun controllo diretto, connessioni, sinapsi, accostamenti e similitudini.
Il pensiero di partenza è il Tempo perché a Venezia mi sarei voluto fermare molto di più e perdere anche l’ultimo treno e girovagare come facevo un tempo, perdendomi per ritrovarmi stupito in posti poco reali e parecchio magici, posti che in quella mappa mentale fatta di canali, calli, campi e campielli, difficilmente trovi da lucido, sobrio o semplicemente raziocinante. Tempi di scorribande, quando le possibilità che si aprivano a ventaglio sul futuro mi osservavano dandomi quell’ebbrezza frattale che si perpetuava seppellendo l’assoluta mancanza di certezze reali, che poi, senza che me ne accorgessi, si sono insinuate negli anni a venire come particelle e hanno composto una struttura sulla quale oggi mi muovo nella mia vita di incredulo uomo maturo.
E non c’è nessun rimpianto o nostalgia, solo una cristallina presa di coscienza della funzione del tempo che fluisce come la corrente di un ruscello, ed è morbida la sensazione di un passato che si scioglie nel presente regalandomi una dolcissima melanconia liquida che mi dà un osservatorio privilegiato sulle molte rigide certezze che talvolta ci accompagnano nella nostra esistenza. Una fra queste quella del proprio metro di misura a misura del mondo e delle persone, e della banalità con cui ci se ne libera semplicemente immedesimandosi nelle realtà che ci circondano e comprendendole, belle o brutte che siano. Banale, ma non sempre facile: immedesimatevi in persone incapaci d’immedesimarsi nell’altro, e magari affatto infelici della mancanza d’empatia umana poiché appagate da una realtà costituita da immaginazioni di altri che vengono loro proposte, e che acquisiscono come proprie, o più semplicemente acquistano come prodotti.
L’Utente di Realtà Certa e Sigillata.
Di qui poi saltare a piè pari sulla speculazione tra reale e simulacro imposto da persuasori più o meno occulti e sulla capacità di riconoscere entrambi e sapersi muovere sui propri desideri vitali e non su quelli monetizzabili è facile, ed è ancor più facile abbarbicarsi in concettualizzazioni sulla realtà sorvolando Matrix, ma non sull’idea di rivoluzione che nasce dalla necessità collettiva, sempreché la natura di collettività permanga e non venga frazionata e rinchiusa in singoli segmenti umani privi di contatti tra loro, come effettivamente la persuasione tenderebbe a disegnare: piccoli nuclei umani spaventati dagli altri e comunità escludenti di stampo religioso, neoentità geografiche o eserciti di singoli depressi e frustrati nel non trovare nel simulacro il fine dei loro volere primario, resi quindi violenti e aggressivi al soldo di chi li vuole combattenti a buon mercato nel ricercare l’identità del nemico per ritrovare la propria.
E così la necessità può farsi mito nel Singolo Consapevole che fa saltare l’ultimo cardine che tiene l’impalcatura, svelando alla collettività la meschina farsa del potere e le immense potenzialità umane dell’intelligenza collettiva; ma anche che il mito venga bypassato da questa tecnologia che garantisce la comunione delle idee umane e le decuplica alla enne su base logica, cosa che spiegherebbe il perché dell’accanimento che la mediocrità medioevale del potere le riserva con tale fervore censorio in quanto potenziale tensiostruttura sulla quale sviluppare una coscienza umana universale versione.02. totalmente libera da condizionamenti economici e religiosi. Forse niente di nuovo sotto il sole, ma il pensarle così concatenate mi ha dato la netta sensazione dell’illuminazione, del distacco netto da questa palude di miserie umane, e la percezione che dietro il velo delle realtà forzate ve ne sia una semplice e costruttiva a cui l’umanità tende se non si facesse sempre infinocchiare da quei soliti venditori di niente al cubo.
Ed ero così astratto nella guida del treno dei mie pensieri che al controllore invece del biglietto ho consegnato spensieratamente la patente, al suo sguardo interrogativo volevo spiegargli tutta la storia , ma la desertificazione del palato mi ha concesso solo un ehm e qualcosa, mi ha obliterato il biglietto scuotendo la testa e poco dopo siamo arrivati in città.
Poi me ne sono tornato a casa in bici dalla stazione senza mani e senza fanale, fischiettando.

E infatti me ne sono stato zitto, senza fare minuti di silenzio né post titolati: E' il momento di tacere, perché non ho da dire niente di niente, stanno dicendo tutto loro, se la cantano, se la ridono e se la suonano, si applaudono da soli e guai a chi dissente. Ho trovato gente che ha scritto cose molto sensate e le ho rebloggate sul Tlumbr.
Sono stato parecchio lì in questi giorni, sulla dashboard, a veder piovere notizie, commenti, idee, vignette, opinioni, immagini e altro, ho letto, seguito i link, spesso ho rebloggato, talvolta ho approfondito per i fatti miei prendendo la tangente dei suggerimenti e scoprendo un libro da leggere da una citazione, una nuova invenzione da una foto pubblicata, un’idea da uno scambio di battute. La dashboard del tlumbr è una finestra tutta speciale aperta apposta per te sulla torre del tuo castello sulle nuvole da dove vedi tante cose.
La primavera comunque mi si presenta sempre inaspettata: la settimana prima è maglione e quella dopo è maglietta con l’ascella pezzata, ed è subito acquazzone e diocan neanche un portico per ripararsi da ste secchiate, poi sole di nuovo e la mattina dopo nebbia, e poi sole ancora. E uccellini, fiori, anatomie femminili e cose di primavera che sapete anche voi e sulle quali non mi dilungo.
Ho passato anche una serata in un bar all’aperto con splendida vista cavalcavia a bere grappe con vecchie conoscenze e ad insultare bonariamente Tajavent che veniva apostrofato ogni due per tre con l’appellativo di mona. Poi alle tre l’ho portato a casa sfidando apertamente etilometri e sanzioni amministrative e l’ho salutato con un sentito ciao mona.
Che cosa non si fa per un amico.
Mi sono anche rotto le uova a pasqua facendo di necessità virtù e pranzando con la mia psicofamiglia nativa, rimanendo obliquo alle loro altezzosità borghesi e i paraocchi foderati di democraticissimo progressismo, grazie al quale la loro generazione ci ha lasciato in questa bella merda di paese.
Grazie pà.
Grazie mà.
Pasquetta l’abbiamo passata in intimità io e me, prima a passeggiare per le stanze, poi a fare un po’ di verde in terrazza e quindi pedalatona sull’argine a schivare i gitanti pasquattani tipo videogames, peccato che alla bici mancassero i laser disintegratori. La serata l'ho dedicata alle mie migliori aspirazioni e relativo ciabattamento ciondolante dal divano al frigo e viceversa, con soundtrack del lettorino collegato a microcasse spaccadecibel e playlist che piluccavano brani di nuove uscite discografiche scaricate con estensioni puntotorrent.