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Forse voi non lo sapete perché non prendete il tiggì regionale veneto e la galassia di emittenti paraleghiste che televendono tappeti e ti fanno fare le carte da ex puttanoni in pensione, ma qua da queste parti abbiamo una nuova emergenza: le scritte sui muri con la falce e martello (rovesciata, a testimonianza di come l’eversione di sinistra combaci con un certo satanismo di classe) che sono state vergate l’altra notte su tre muri, due macchine e sul cartello di una farmacia. La digos, presa visione dei filmati delle telecamere indaga su due adolescenti ubriachi fradici che si sono ritrovati una bomboletta tra le mani, mentre il sindaco chiamato in causa sul muro con l’epiteto di Boia ha detto che non si lascia intimidire, perfino un’intervista al sociologo non è bastata a far tacere il ministro dell’interno sui documentati collegamenti tra le bièrre, anarcoinsurrezionalisti, alqaida, la microcriminalità, gli smart shop, quelli che non vogliono i crocefissi nelle scuole e ovviamente i Satanisti dei Colli che adorano la zucca di Halloween. A testimoniare quanto sia sentita la cosa in una città come Padova, sono state intervistate a ruota libera le commesse delle boutiques del centro e le massaie sopra i sessantacinque anni come campione rappresentativo del totale vuoto pneumatico di memoria a medio-lungo termine, di qualsivoglia metro di paragone col passato, ma soprattutto del funzionamento eccellente del telecomando mentale che viene esercitato sulle menti poco reattive dal sistema mediatico. Si segnalano dichiarazioni spontanee di altri cittadini non intervistati quali: ma andate a cagare! Ma sìo defficcenti? Non avete altro di cui parlare? Andate a lavorare! Ma vergognéve, onti.

Venti ore di treno le senti anche se hai vent’anni, anzi soprattutto, visto che hai viaggiato con i tuoi amici con cui hai condiviso panini alla mortazza, banane spiaccicate in fondo allo zaino e cannoni a rotta di collo. La prima cosa è stata chiedere where is the wall? E sotto la neve mista a tritura di Siberia che ci pioveva addosso coi suoi meno dieci finiamo in zona muro, quando sentiamo una serie di tonfi, man mano che ci avviciniamo alla sorgente il rumore si arricchisce di tintinnii, battimenti, scalpellii, martellamenti e come giriamo l’angolo ci troviamo di fronte ad un immane e baffutissimo teutonico che ubriaco spolpo, in mutande e anfibi, in cima ad un bidone con un maglio sferra colpi potentissimi al muro. In prospettiva ottica lungo la superficie del manufatto un esercito di martellatori, scalpellini, distruttori, svellatori e amanuensi dello sgretolamento si accanivano lungo la superficie policroma del simbolo della divisione.
Da quella emblematica anteprima i giorni sono passati veloci con giri per la città e sentiti pellegrinaggi al muro, che ci dispiaceva proprio che tirassero giù tutti quei colori. Quando ci siamo sporti oltre abbiamo visto bene il grigio che quel colore nascondeva, torrette, cavalli di frisia, filo spinato, uniformi e ordini abbaiati da altoparlanti color antracite in cima a pali di legno, e di là l’est. Dormivamo in squat e sozialeszentrum o a casa di gente conosciuta in birreria dove consumavamo i nostri giovani fegati a colpi di medie xl al modico prezzo di lire duemila facendoci travolgere dalla scatenata vita notturna berlinese.
Il kebabb.
Non è stata solo una rivelazione, ma anche la mia dieta per quindici giorni, la qual cosa non ha giovato alle mie transaminasi che io però diluivo con birre a eine mark.
Zè Uoll.
Così soprannominato il nostro amico in calcestruzzo che vedevamo sbriciolarsi a colpi di economia di mercato sottoforma di martelli e picconi. Lo tiravano giù di qua e lo tiravano giù anche di là. Dal 'Museo del Muro' ne siamo usciti col magone.
Kreuzberg.
Adesso so che è un quartiere trendy di giovani artisti che se la tirano. Allora era il quartiere degli immigrati turchi, sotto casa-squat c’era Hassan che faceva kebabb con cipolle a lot, zaziki e salsine infiammaugole qb.
Next bahnhof.
La frase seguita al nome della fermata che ti diceva l’altoparlante della metropolitana, tipo Postdamer Platz. Ho provato sincero affetto, forse anche amore, per la metro berlinese.
Ode ed onore (anche odore) alla macchina del popolo che lo stato ti assegnava e a cui tu dovevi manutenzione e rispetto, fatta di vero laminato plastico e purissimo cartone, con motore a due tempi che beveva come Bukowski e consumava un botto d’olio, oltre ad appestare mezza Berlino.
Ma tre cose ho impresse ad encausto nel mio cervello:
- La mezzanotte del 31 dicembre ‘89 sotto
- La solitaria e lunga passeggiata metafisica post-sbronza lungo il muro e sotto la neve che mi accarezzava lieve, in quelle due ore di silenzio nella metropoli che ancora dormiva dopo i festeggiamenti ho metabolizzato cose intense e personali e un mio vecchio muro ha ceduto definitivamente sotto la pressione dei miei vent’anni, e ad un certo punto ero così felice e grato che sono dovuto passare da Hassan a spararmi sto kebabb mit sosse und einen heißen tee, danke.
- Berlino est: Ci sono andato da solo, ho sostenuto cinque sedute da dieci domande ciascuna della polizei, sempre le stesse, accompagnate da timbri e controtimbri per un totale di quasi un’ora di burocrazia da socialismo reale, per ritrovarmi in una città totalmente priva di pubblicità, dagli svariati toni di grigio e pervasa dall’aleggiante Eau de Trabant. Tutto era indietro di trent’anni, dalle vetrine alle acconciature, tutto. Ho girovagato e in un bar ho bevuto in assoluto il peggior caffè della mia vita, un solo modello di auto prevaleva, il resto erano le Lada dei funzionari statali, le nostre Fiat 124 per intenderci.
A cazzate commemorative concluse e relativo codazzo protoideologico un tanto al chilo, dopo aver fattoci stare quello che un post di ordinaria lunghezza può concedere nel quale ho condensato il condensabile, mi limito a riportare quello che qualcuno ha già detto: quando c’era il muro non c’era berlusconi. Poi se volete avere la risposta di quanto questi venti anni abbiano cambiato la nostra società guardate le cronache da Berlino del nascente astro del giornalismo di allora, guardatele le labbra e confrontatele con quelle che ha oggi, per quanto riguarda noi italiani, la nostra storia di questo ventennio è tutta lì, scritta sulle labbra di Lilli Gruber.

Adesso posso anche raccontarle certe cose, tanto è andato tutto in prescrizione che dai miei sedici anni ne è passata di acqua sotto i ponti, cose che gli adolescenti cellularizzati di oggi manco sanno cosa può vuol dire ricevere una citofonata alle 11 di un martedì sera di febbraio che ti dice con la voce di Max’a’billy, oh c’ho la macchina di mia madre andiamo a prendere

Sicuramente il lauto pasto innaffiato da abbondante cabernet e l’aria dell’altipiano hanno fatto la loro parte, approfittando dell’ora libera dopo una mattinata tra guida, carico e scarico, una bella passeggiata digestiva solitaria tra gli alpeggi mi ha fatto trovare un dolce declivio verde, irresistibile per non sdraiarsi a guardar le nuvole passare abbracciato dal pieno caldo sole dei mille metri e protetto alle spalle dal tagliente vento del nord. Ideale per abbandonarsi al torpore del dopopranzo.
Sior tenente! sior tenente!
Mi sveglio di soprassalto afferrando di scatto le mani che mi scuotono, mani sporche di fango davanti al viso di un ragazzino, la sua giubba è di un verde slavato, gli occhi dilatati dalla paura di un bambino spaventato.
Sior tenente, el xé svéja! I checchi ne spara le bombarde!
I pensieri mi piovono nella testa come pezzi del Tetris al livello dieci componendo il muro della realtà: puzzo di lana bagnata, di fango, di mandorle amare, di sudore e di piscio di topo, sono sporco e unto, ho prurito in testa e la barba di giorni.
Un fischio acuto e un boato cristallizzano il tutto in un istante, mi alzo di scatto, il posto è basso, piccolo e diviso in due locali da un muro di assi e sacchi di juta pieni di terra, la poca luce entra da tre piccole bocche di lupo, due delle quali nel locale in cui mi precipito, la più larga è rinforzata e ospita una mitraglia dietro cui siede un uomo tarchiato, con gli avambracci possenti tiene salda la macchina con l’otturatore aperto, la testa voltata verso il ragazzino che ora trascina una cassa di munizioni. Mòviti, mugugna, Ah, ar tenente e ci son volute tre bombe per svegliarlo!
Un altro fischio più acuto, un altro schianto più vicino del precedente accompagnato da una pioggia di schegge sulla copertura della postazione.
Alle solite tenente, aggiustan’ir tiro a caso co ì 55, alcuni corpi e son cariàti a shrapnel. Bimbo, passa r’nastro, tu vedi che ora ricompaian laggiù! Mi lancia un’occhiata preoccupata, Dhè, e si spera che un riprovan co ì 105.
Resto lì imbambolato mentre Valentini inserisce il nastro e carica con l’aiuto di Tonin Guera, che ora lo so, ha sedici anni e viene da Schio, Valentini ne ha trentuno e faceva il fabbro nei cantieri di Livorno, poi c’è Nino Rasìa che lo han portato i carabinieri quassù in alternativa alla fucilazione per diserzione.
Bensvegliato tenente di che si muore oggi, di patria o di bandiera? Domanda sbucando da una buca che funge da magazzino e tana dei topi. Non bestemmiare Rasìa, mormoro poco convinto, un’alitata di un drago passa sopra le nostre teste e un boato ci scuote anche nelle viscere, questo è arrivato vicino!
Eccoli! Esclama Valentini, reggi‘r nastro figliolo che si spara à fagiani!
Il frastuono della mitraglia riempie il locale mentre Valentini vibra attaccato all’arnese circondato dal fumo e dal tintinnio dei bossoli, Tonin muove le labbra in una preghiera e guarda fisso quello che la mitraglia compie mentre il nastro scorre tra le sue dita, Rasìa si mette all’altra bocca di lupo con il moschetto e comincia a sparare a tutto quello che vede muoversi. Prendo posizione vicino a lui, ci diamo il cambio quando dobbiamo riempire i miseri caricatori da cinque colpi, i Checchi avanzano a gruppi, si nascondono dietro le rocce, si appostano e tirano, Valentini manovra senza risparmiare vite e noi anche, eppure il nemico avanza, altro soffio altro schianto, sempre più vicino.
Lo sai tenente vero? Quando fischiano vanno lontano, quando soffiano si avvicinano, come quelli là, dice Rasìa e tira un colpo, Preso! Ricarica veloce altro colpo, ricarica, altro colpo, si butta di lato. Tenente tocca a te! Valentini chiama, Nastro! Nastro! Per mezzo minuto di ricarica sono solo io a sparare mentre ci sparano addosso come ossessi avanzando e Valentini lancia maledizioni che la canna è rovente, se si fonde siamo fottuti! altro soffio e un boato tremendo, una parte della copertura di legno, lastra di ferro, sacchi e terra cede semiseppellendo il locale dove dormivo, la mitraglia riprende a scuotere a tratti Valentini che spara brevi raffiche, ci hanno quasi presi col 105! Urla nel frastuono Rasìa, lo accompagno negli intervalli della mitraglia che di botto tace. Mi volto. Tonin ha le mani davanti alla bocca e gli occhi sbarrati sul corpo di Valentini reclinato all’indietro con un buco in fronte, gli tolgo le mani dalla bocca e gli rimetto il nastro in mano, tien sù ben! Butto a terra Valentini e impugno la mitraglia iniziando a sparare, sior tenente i striaci i xe qua! Urla il bambino piangendo ed è vero saranno a cinquanta metri. Soffio, boato, polvere e Rasìa urla, la copertura ha tenuto, ma un 55 ci ha presi in pieno, tenente mi hanno preso, si tiene le budella in un mare di sangue, Tieni duro Rasìa urlo scosso dal rinculo sincopato.
E' ottobre, lo sento che dice negli ultimi spasmi, e un altro inverno qui non lo voglio fare, mentre sparo alle figure che avanzano nel fumo e nella polvere Rasìa muore, il nastro sta per finire e non ci lasceranno ricaricare, sono a trenta metri e la prossima sarà un 105 dritto quassù. Bocia fa quel che te digo, cavate la maja, ciapa la strassa bianca e quando sparo a raffica va fora par drìo e cori, cori co a testa bassa più che ti pol e buttate in te na busa de na bomba, quando che xe finio sto inferno mostraghela ben e dighe cammaràde, capìo? cammaràde, pronto? Lui come un automa fa quello che gli dico. Vai! Come esce tiro il grilletto vomitando gli ultimi cento colpi senza sosta coprendo Tonin che fugge dal retro. Appena sparato l’ultimo proiettile, come un colpo di tosse di un asmatico, il
Invece mi ha svegliato una ventata gelida che ha cambiato direzione come la carezza di un fantasma, il cielo è blu ed è passata un’ora. Per tornare al furgone decido di tagliare attraverso i pascoli e m’imbatto poco dopo in una buca larga circa cinque metri e profonda tre e dentro ci sono cresciuti col tempo alberi e piante, ce ne sono altre li attorno, non fanno parte della morfologia del posto sono buche di bombe d’artiglieria. Ce ne sono tante tra queste montagne, con la loro storia terribile e i loro fantasmi ancora dentro che raccontano le loro storie a chi si addormenta in quei paraggi.

Puntuale come i servizi tiggì su cosa mangeranno gli italiani a pasqua, tra la seconda metà di settembre e la prima di ottobre mi coglie il Bacillone Totale che tutti i raffreddori dell’annata racchiude. Che cominci con un gocciolio o con un pizzicore palato-epiglottideo poco importa, mi manda ko per almeno quarantott’ore accompagnandomi gentilmente con una febbrolina frantumaossa e con la testa farcita di mocci a varia densità e pressione endocranica, che mi risuonano nelle orecchie in fragorose cascate. Mi lacrimano gli occhi e sembro un procione bastonato, fotofobico e antipatico, che mica puoi esser bendisposto verso il mondo quando consumi quattro pacchetti di fazzoletti all’ora e parli come Amanda Lear.
Nei due giorni di malattia concessimi dal dottor Benway ho avuto modo di starmene un po’ rilassato, robe che mi sono pure visto Annozero con il plaid sulle ginocchia come un ex militante del piccì rincoglionito dal Morbo di Prodi e ridotto a votare piddì per amor di sfiga, quella sfiga gucciniana che permea la sinistra da quarant’anni, e invece avevo trentotto e due. E detto papalepapale la trasmissione che pareva, a sentire il nano mefitico e il percolato della sua corte di sturacessi, la presa del palazzo d’inverno, di fatto mi ha disgustato abbastanza dandomi uno spaccato di quel che resta del resto del raschio del barile di sto povero paese.
A seguire nei giorni successivi l’alluvione di Messina, a conferma di quanta sfiga porta un nano nelle istituzioni più alte (fate finta di fare catch nel fango, avrebbe detto a camere spente), quindi la querelle i miei morti sono meglio dei tuoi riguardo all’improbabile ulteriore slittamento della manifestazione sulla improbabile libertà di stampa con minuto di silenzio in attachment. Che non è slittata, anzi, c’era pure gente che le notizie le tiene in giardino a concimare le rose, e anche tanta brava gente onesta tra i molti boccaloni accorsi, questi tutti a dire sono un farabutto.
Se io fossi il nano la prossima volta alzerei il tiro, tipo siete dei pompinari. Voglio vedere poi chi va in giro col cartello sono un pompinaro anch’io, o mette il banner sul blog, blog pompinaro.
Parliamo dell’allegra gestione del voto contro il condono fiscale? No, meglio di no, che poi magari a qualcuno gli vien da incendiare il seggio elettorale.
Non c’è lodo per nani, comunque. Chissà che schiatti ad Hammamet, ma anche Rebibbia non sarebbe male.
Comunque, saltando di palo in frasca, mi sono dato a molteplici letture tra le quali l’ultimo di Palahniuk, sono arrivato a pagina venticinque per tornarmene di buon passo alla Feltrinelli e fare una piazzata sbraitando di vergognarsi a vendere roba simile, manco i tossici del Prato che vendevano grattone di muro si sono spinti a tanto.
Chuck, ti ho voluto bene, ma tra noi è finita, per sempre.
Poi ho ripiegato su Carlotto che è un po’ come chiacchierare con l’Artista.

Non sanno se ridere o piangere,
batton le mani.
G.Gaber
Mi piacerebbe che al funerale di quello che si è inventato gli applausi ai funerali risuonasse un imponente e interminabile pernacchione assordante che sovrasti prediche e singhiozzi in uno scorreggione immane per tutta la durata della cerimonia, fino ad avvenuta tumulazione.
Ai morti si deve
Sempre che non se ne voglia fare un evento sensazionale da trasmettere a reti unificate per celebrare qualcosa come patria & guerra, che poi vanno sempre a braccetto seguite dai preti che benedicono armi ed intenzioni e industriali che contano banconote insanguinate. Allora sì che vanno bene gli applausi, aggiungiamoci anche fanfare e urla da caserma berciate ad inneggiare a cose un po’ retrò e ottocentesche tipo gloria e onore che ci stanno nel contesto, e poi i politici, ovvero i mandanti, a tener facce compite e far gran discorsi che ci fai un figurone, ci fai.
E in questo caso l’applauso è proprio d’obbligo, che se fai le cose in silenzio capace che la gente si fa domande tipo, ma perché sti qua muoiono laggiù? chi ce li ha mandati? E perché ci sono andati? A cosa servono i paracaduti? Non erano meglio i parapalle?
Domande che certamente i parenti si ponevano, dato che erano gli unici a non applaudire.
Caduti per caduti, in questi giorni ne son caduti parecchi dalle impalcature, dai ponteggi, dai tetti dei capannoni. Non avevano divisa e quindi né funerali di stato, né applausi, né onore, né medaglie alla memoria. Vedove e orfani con relative modalità di disperazione e lacrime svolgano in privato le proprie strazianti manifestazioni, onde non turbare la quiete delle coscienze in coma catodico indotto.
A proposito, finito l’applauso è già iniziato un altro spettacolo, che poi è un remake: Il mostro di Garlasco, fino al prossimo fatto da seppellire con qualcosa, che sia terra, applausi o jingle pubblicitari governativi poco importa, è il risultato che conta.
Applausi.

"Vedi il punto è questo", dice fissando davanti a sé mentre guido nel traffico, "le cose smetteranno di funzionare, lentamente e inesorabilmente. Prossimamente questo semaforo si guasterà e comincerà a lampeggiare fino a quando non si brucerà la lampadina del giallo, nessuno verrà a sostituirla, la manutenzione cesserà di essere."
Scalo le marce e rallento in prossimità di una rotatoria, lanciandogli un’occhiata interrogativa. Lui tace fissando davanti a sé per un minuto buono. "Perché non ci sarà più motivo di mantenere la funzionalità delle cose razionali dal momento che l’irrazionale avrà la priorità nella mente delle persone", dice tutto d’un fiato, "quella rotatoria ha una funzione precisa, ma se la sua forma venisse interpretata come elemento dentro la quale proteggersi cosa accadrebbe?"
Proteggersi da che cosa? Chiedo.
Fa un gesto con la mano come per scacciare la mia domanda. "Paure irrazionali, presenze, demoni, spiriti. Cose che hanno perseguitato l’umanità per millenni prima che i lumi e la ragione li ricacciassero nelle pieghe dell’inconscio collettivo, paure ancestrali rieditate e istituzionalizzate da governi, riconosciute e santificate dalle chiese e diffuse capillarmente nel tessuto sociale con l’alternarsi compulsivo e ossessivo di propaganda e censura, terrore e paternalistica benevolenza. Quella rotatoria sarà un fortino dove si rinchiuderanno persone certe del loro credo e armate non solo di cieca fede ma armi e simboli e nessuno potrà passare quella croce d’asfalto senza essere considerato una minaccia per loro, quelle quattro strade cesseranno di essere, di lì non si potrà più passare. E’ solo un esempio riferito alla viabilità, ora funzionale ai nostri spostamenti, ma potrebbe essere riferito ad altre funzionalità comuni, infrastrutture o istituti od istituzioni."
Seguono diversi minuti di silenzio durante i quali m’impegno a guidare e ad osservare fuori dal parabrezza possibili sintomi, ma tutto scorre normalmente, la città si svolge con tutte le sue nevrosi e i suoi scatti di velocità, le persone camminano, si spostano, guardano e parlano tra loro o al cellulare, è tutto normale penso.
"La maggioranza è NORMALE", sbotta rompendo il silenzio, "se la maggioranza ha paura della febbre che non uccide è normale, irrazionale, ma normale, giusto, condiviso, oggettivo. Chi non si conforma è anormale e da sempre destabilizzante, offensivo nel non condividere il comune sentire e quindi escluso e messo prima a tacere e poi accusato di essere il diffusore della loro stessa paura. Diventa l’untore, il capro che viene gettato dalla rupe per espiare le paure della collettività."
Per un po' tace continuando a fissare davanti a sé , poi riprende con un tono più basso e ruvido, "è stato già così, è già cominciato così e già ricomincerà con la forza rinnovata, con un impeto che vuole riscattare secoli di logica e raziocinio, ricomincerà nella stessa maniera."
Come ricomincerà? Gli chiedo. Non fosse che conosco Cletus sembrerebbe che lo stia assecondando come si fa con un pazzo qualsiasi e invece devo sapere tutto, i dettagli, le date, i prodromi, le possibili vie di salvezza. Rimane zitto per una manciata di secondi, poi si volta verso di me e in tono neutro mi dice: "Potrei dirti che è già cominciato diversi decenni fa con le risate registrate per le sit com, nastri incisi negli anni cinquanta e diffusi via etere nei decenni successivi durante i quali gli autori dei quelle risate morivano, negli anni novanta già l’80 per cento di quelle risate che sentivamo erano di gente morta, ora lo sono quasi tutti eppure quelle risate sguaiate continuano a spingere la gente a sorridere davanti un teleschermo che emette radiazioni gamma a bassa intensità sottoforma di immagini in movimento, ma questa è una causa che non si spiega facilmente nell’ordinario flusso degli accadimenti di questo profilo temporale che tu vivi e a cui io mi accosto, quindi non la considerare ma sappi che c’è."
Si appoggia sullo schienale sospirando e riprende pacato, "questa è la traccia che si svolgerà, i dettagli un’altra volta, riflettici, pensaci, se vuoi scrivilo sul tuo blog, vedi tu, io intanto te l’ho detto. Ora accosta che devo fare una telefonata da quella cabina."
Metto la freccia e accosto, lui apre la portiera e scende richiudendola senza dirmi nulla, mi passa davanti attraversando la strada e s’infila nella cabina, faccio in tempo a vederlo prendere la cornetta in mano prima che un autobus in transito mi nasconda la scena per una manciata di secondi e al suo passaggio lasciarmi davanti ad una cabina vuota con la cornetta che penzola oscillando. Inutile guardarmi attorno a cercarlo, metto la freccia a sinistra, guardo nel retrovisore e mi rimetto nel flusso del traffico con mille, e non più mille, pensieri in testa.